Molte persone che seguono terapie per abbassare il colesterolo LDL — i comuni farmaci come le statine — continuano comunque a subire eventi cardiovascolari gravi. Questo fenomeno è noto come rischio residuo, e la ricerca scientifica sta cercando da anni di capirne le cause.
Un nuovo studio presentato alla Society for Cardiovascular Angiography & Interventions (SCAI) 2026 Scientific Sessions di Montreal punta il dito su un fattore spesso trascurato: livelli elevati di lipoproteina(a), nota con la sigla Lp(a), una particella presente nel sangue che trasporta colesterolo e che circa una persona su cinque ha in quantità elevata senza saperlo.
Cos’è la lipoproteina(a) e perché è pericolosa
La Lp(a) è strutturalmente simile al colesterolo LDL, già noto come “colesterolo cattivo”, ma con una caratteristica aggiuntiva che la rende potenzialmente ancora più rischiosa: contiene proteine coinvolte nella coagulazione del sangue, aumentando così il rischio di trombosi e eventi vascolari.
A differenza del colesterolo LDL, i livelli di Lp(a) sono determinati per il 70-90% dalla genetica — dal gene LPA — e non vengono significativamente influenzati da dieta, esercizio fisico o stile di vita. Questo la rende un marcatore biologico difficile da modificare ma fondamentale da conoscere.
Lo studio: oltre 20.000 persone monitorate per quattro anni
I ricercatori hanno analizzato campioni di sangue di 20.070 adulti over 40 che avevano partecipato a tre grandi studi clinici coordinati dai National Institutes of Health statunitensi: ACCORD, PEACE e SPRINT.
L’età media era di circa 65 anni e il 65% dei partecipanti era di sesso maschile. I soggetti sono stati classificati in base ai livelli di Lp(a) — da bassi a molto alti — e in base alla presenza o meno di una malattia cardiovascolare già diagnosticata. Nel corso di un follow-up mediano di quasi quattro anni, circa il 7,3% dei partecipanti ha subito un evento cardiovascolare maggiore, tra cui infarto, ictus o morte per cause cardiovascolari.
La soglia critica: 175 nmol/L
L’analisi ha evidenziato che i partecipanti con livelli di Lp(a) pari o superiori a 175 nanomoli per litro presentavano un rischio significativamente più elevato di morte cardiovascolare e ictus. L’associazione era particolarmente marcata in chi aveva già una malattia cardiovascolare, suggerendo che la Lp(a) contribuisce a mantenere alto il rischio anche in presenza di trattamenti standard.
Un dato curioso: nello studio non è emerso un legame diretto tra Lp(a) elevata e rischio di infarto, a differenza degli altri esiti cardiovascolari. Il cardiologo interventista Cheng-Han Chen ha precisato che nella pratica clinica si considera già alto un valore superiore a 125 nmol/L, e che la soglia di 175 nmol/L identificata dallo studio rappresenta un livello estremo che dovrebbe innescare una gestione molto aggressiva degli altri fattori di rischio.
Perché testare la Lp(a) almeno una volta nella vita
Nonostante la Lp(a) elevata riguardi circa il 20% della popolazione mondiale, il suo dosaggio non è ancora entrato di routine nella pratica clinica, ostacolato in parte da tecniche di misurazione non uniformi e dalla mancanza di terapie mirate consolidate. Eppure il test è semplice ed economico.
Gli esperti raccomandano che ogni adulto effettui almeno una misurazione della Lp(a) nel corso della vita, per ottenere un quadro più completo del proprio profilo di rischio cardiovascolare. Chi risulta con valori elevati può beneficiare di un controllo più stretto dell’LDL, di una gestione ottimizzata di altri fattori come la pressione arteriosa e il diabete, e di un monitoraggio cardiovascolare più frequente.
Le terapie del futuro e i limiti attuali
Sul fronte terapeutico, le prospettive sono incoraggianti. Sono in fase di sviluppo farmaci specificamente progettati per ridurre i livelli di Lp(a), aprendo la strada a trattamenti personalizzati per chi presenta questo tipo di rischio genetico.
Nel frattempo, le indicazioni pratiche per chi ha Lp(a) alta rimangono quelle di una gestione aggressiva del colesterolo LDL, abbinate a uno stile di vita cardioprotettivo: attività fisica regolare, alimentazione povera di sodio e grassi saturi, astensione dal fumo e dall’alcol. Gli autori dello studio sottolineano la necessità di ulteriori ricerche su sottogruppi specifici, come persone con malattia renale cronica o arteriopatia periferica, per affinare ulteriormente le strategie di prevenzione.
Fonte: Medical News Today — “High lipoprotein(a) levels tied to persistent cardiovascular risk, study finds” — Ricerca presentata alla SCAI 2026 Scientific Sessions, Montreal, basata sui dati degli studi NIH ACCORD, PEACE e SPRINT.