Quando si parla di danni da fumo, si pensa subito a tumori, bronchiti croniche e infiammazioni. Ma c’è un effetto finora poco indagato che una ricerca americana ha portato alla luce: le sigarette modificano fisicamente la struttura meccanica del tessuto polmonare, rendendolo molto più rigido del normale. Lo studio è stato condotto presso la University of California e i risultati sono stati pubblicati sul Journal of the Royal Society Interface.
La rigidità triplicata: cosa dicono i numeri
Le ricercatrici Talyah M. Nelson e Mona Eskandari del Dipartimento di Ingegneria Meccanica hanno analizzato otto polmoni umani donati alla scienza: quattro di fumatori e quattro di non fumatori. Da ciascun organo sono stati ricavati campioni di tessuto sottoposti a test biomeccanici avanzati, simulando le trazioni multidirezionali tipiche della respirazione naturale.
I dati ottenuti sono eloquenti: nei fumatori la rigidità media del parenchima polmonare era di circa 238,6 kPa, contro gli 86,5 kPa dei non fumatori. In pratica, il tessuto dei fumatori opponeva quasi tre volte più resistenza all’espansione. Un divario enorme, che si traduce in una respirazione più faticosa e in un rischio crescente di compromissione funzionale.
Polmoni come pietra: il paragone con la fibrosi
Il parenchima polmonare — il tessuto spugnoso che consente gli scambi di ossigeno e anidride carbonica — è in condizioni normali morbido ed elastico. Questa proprietà è indispensabile: permette ai polmoni di gonfiarsi e sgonfiarsi a ogni respiro senza sforzo eccessivo.
Il fumo altera questo equilibrio in modo profondo. Il tessuto si irrigidisce, dissipa più energia a ogni ciclo respiratorio e diventa più vulnerabile alle lesioni. Il comportamento osservato dai ricercatori ricorda da vicino quello della fibrosi polmonare, una malattia caratterizzata proprio dall’indurimento progressivo del tessuto. Con il passare degli anni, respirare richiede uno sforzo sempre maggiore, con potenziali ricadute sulla funzionalità respiratoria complessiva.
Le zone superiori: le più colpite
Lo studio ha messo in luce anche una distribuzione non uniforme del danno all’interno dello stesso polmone. Le regioni superiori risultano più rigide rispetto a quelle inferiori, probabilmente a causa della gravità e delle tensioni accumulate nel tempo.
Questa scoperta potrebbe avere implicazioni pratiche anche in ambito clinico, ad esempio nella gestione della ventilazione meccanica. Se alcune aree polmonari sono strutturalmente più deboli o meno elastiche, il rischio di danni causati dai ventilatori potrebbe concentrarsi in modo non omogeneo, rendendo necessari aggiustamenti nei protocolli di assistenza respiratoria.
Modelli animali messi in discussione
Un altro contributo rilevante della ricerca riguarda i limiti dei modelli sperimentali tradizionali. I test hanno dimostrato che il tessuto polmonare umano è significativamente più morbido rispetto a quello dei topi, gli animali più utilizzati negli studi respiratori. Questo suggerisce che molte simulazioni condotte finora potrebbero non rispecchiare fedelmente la fisiologia umana.
I dati raccolti potrebbero quindi diventare un punto di riferimento nello sviluppo dei cosiddetti “gemelli digitali” del polmone: modelli computazionali sofisticati usati per simulare malattie respiratorie, pianificare interventi chirurgici e ottimizzare i sistemi di ventilazione assistita.
Limiti dello studio e prospettive future
Gli stessi autori riconoscono i limiti del lavoro: reperire polmoni umani per la ricerca è estremamente complesso, e il numero ridotto di campioni non consente ancora di isolare con precisione tutte le variabili in gioco — come l’età, la quantità di fumo accumulata nel tempo o la storia clinica dei donatori. Nonostante ciò, lo studio aggiunge un tassello fondamentale alla comprensione dei danni da tabagismo: non si tratta solo di molecole tossiche o infiammazione, ma di un’alterazione fisica, strutturale, del modo stesso in cui respiriamo.
Fonte: Talyah M. Nelson, Mona Eskandari, “Human lung parenchyma: tensile mechanics and the effects of smoking”, Journal of the Royal Society Interface — ripreso da TGcom24, 19 maggio 2026.