Il virus Ebola è tornato a far parlare di sé con forza. Il 17 maggio 2025, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato l’emergenza sanitaria di rilevanza internazionale a causa di un nuovo focolaio che interessa la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda. Non si tratta di una pandemia, ha precisato l’OMS, ma il livello di allerta è comunque tra i più elevati previsti dall’organizzazione.
Il ceppo Bundibugyo: raro, letale e senza vaccino
Il virus responsabile di quest’ondata si chiama ceppo Bundibugyo, identificato per la prima volta nel 2007. A differenza del ben più noto ceppo Zaire — quello che nel 2014 aveva scatenato l’allarme mondiale e per il quale oggi esiste un vaccino — il Bundibugyo non dispone ancora di alcun trattamento o immunizzazione approvata. Il suo tasso di mortalità si attesta intorno al 50%, inferiore a quello del ceppo Zaire (tra il 60 e il 90%), ma comunque estremamente preoccupante.
I sintomi iniziali ricordano quelli di molte malattie febbrili: febbre alta, dolori muscolari, affaticamento, mal di testa e mal di gola. Con il progredire dell’infezione compaiono vomito, diarrea, eruzioni cutanee e sanguinamento. Il virus si trasmette attraverso il contatto diretto con fluidi corporei o sangue di una persona infetta, che diventa contagiosa solo dopo la comparsa dei sintomi, con un periodo di incubazione che può raggiungere i 21 giorni.
La situazione nei Paesi colpiti
Al momento della dichiarazione, in Repubblica Democratica del Congo si contavano 88 morti e 366 casi sospetti. In Uganda erano stati confermati due casi e un decesso. Le autorità sanitarie internazionali temono tuttavia che i numeri reali siano superiori: molti focolai si concentrano in zone remote e isolate, dove pochi campioni biologici raggiungono i laboratori per essere analizzati. L’alto tasso di positività dei primi campioni esaminati e la diffusione già documentata in due nazioni suggeriscono un’epidemia potenzialmente molto più estesa di quella finora rilevata.
La situazione è ulteriormente complicata in Congo dalla presenza di un conflitto armato in corso, che ostacola l’accesso alle aree colpite e l’organizzazione di una risposta sanitaria efficace. A Goma, città orientale sotto il controllo di milizie ribelli, è stato registrato almeno un caso confermato.
Cittadini stranieri coinvolti e risposta internazionale
Tra le persone esposte al virus figurerebbero anche alcuni cittadini statunitensi con alto rischio di contagio, tra cui almeno uno con sintomi in corso. I Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie americani (CDC) hanno confermato di essere al lavoro per organizzare il rientro sicuro di un numero limitato di connazionali direttamente coinvolti.
Sul campo, organizzazioni come Medici Senza Frontiere si stanno preparando a una risposta su larga scala. Le condizioni nelle aree colpite sono critiche: mancano strutture di isolamento, i malati muoiono in casa e i corpi vengono spesso maneggiati dai familiari senza le necessarie precauzioni, aumentando il rischio di trasmissione da persona a persona.
Un virus con una lunga storia in Africa
Negli ultimi cinquant’anni, Ebola ha causato circa 15.000 morti nel continente africano, con una concentrazione particolarmente elevata nell’area centrale. Quella attuale è la diciassettesima epidemia che colpisce la RDC. La precedente era scoppiata nell’agosto del 2024 ed era stata dichiarata eradicata nel dicembre dello stesso anno. La più letale di sempre rimane quella del periodo 2018-2020 in Congo, che causò oltre 2.300 vittime.
Il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha sottolineato le notevoli incertezze sulla reale portata dell’epidemia, invitando alla massima vigilanza e accelerando le ricerche per sviluppare un vaccino contro il ceppo Bundibugyo.
Fonte: Il Fatto Quotidiano, articolo del 17 maggio 2025 a cura della Redazione Esteri; dati OMS, CDC, Medici Senza Frontiere, Stat News, Washington Post.