Bruciore di stomaco, reflusso gastroesofageo, gastrite: sono disturbi diffusissimi, che milioni di persone affrontano quotidianamente ricorrendo agli antiacidi. Compresse da masticare, bustine effervescenti, capsule: il mercato offre una varietà enorme di prodotti, molti dei quali acquistabili liberamente in farmacia senza ricetta.
La facilità di accesso e la rapidità d’azione hanno contribuito a creare un’abitudine diffusa: assumere antiacidi come se fossero caramelle, spesso senza una valutazione medica e per periodi ben superiori a quelli raccomandati. Eppure, ciò che a breve termine allevia un fastidio può, nel tempo, generare problemi ben più seri.
Le principali categorie di antiacidi
Prima di parlare dei rischi, è utile distinguere le principali famiglie di antiacidi, perché i profili di rischio variano sensibilmente da una categoria all’altra.
Gli antiacidi classici — a base di idrossido di alluminio, idrossido di magnesio o carbonato di calcio — agiscono neutralizzando chimicamente l’acido cloridrico già presente nello stomaco. Hanno effetto rapido ma breve durata.
Gli inibitori della pompa protonica (IPP) — omeprazolo, pantoprazolo, lansoprazolo, esomeprazolo — riducono direttamente la produzione di acido gastrico agendo sulle cellule parietali dello stomaco. Sono tra i farmaci più prescritti al mondo e tra i più venduti senza ricetta.
Gli anti-H2 — ranitidina (oggi ritirata dal mercato), famotidina, cimetidina — bloccano i recettori dell’istamina riducendo la secrezione acida. Meno potenti degli IPP, sono anch’essi soggetti ad abuso.
Carenza di vitamina B12 e conseguenze neurologiche
Uno degli effetti collaterali più documentati dell’uso prolungato degli IPP riguarda l’assorbimento della vitamina B12. Questa vitamina, fondamentale per il sistema nervoso e per la produzione dei globuli rossi, richiede un ambiente acido nello stomaco per essere scissa dalle proteine alimentari e resa disponibile all’assorbimento. Riducendo drasticamente l’acidità gastrica, gli IPP compromettono questo processo.
Nel tempo, una carenza di B12 può manifestarsi con stanchezza cronica, formicolii agli arti, disturbi della memoria e, nei casi più gravi, danni neurologici irreversibili. Il rischio è particolarmente elevato negli anziani e nei vegani, categorie già predisposte a carenze di questo nutriente.
Ridotto assorbimento di magnesio e calcio
L’acidità gastrica non serve solo a digerire: è anche indispensabile per l’assorbimento di diversi minerali essenziali. L’uso cronico di IPP è associato a ipomagnesemia — cioè bassi livelli di magnesio nel sangue — con sintomi che includono crampi muscolari, aritmie cardiache, tremori e convulsioni nei casi più severi.
Parallelamente, la riduzione dell’acidità compromette l’assorbimento del calcio, aumentando nel lungo periodo il rischio di osteoporosi e fratture ossee. Studi osservazionali hanno evidenziato una correlazione tra uso prolungato di IPP e aumento delle fratture dell’anca, del polso e della colonna vertebrale, in particolare nelle donne in post-menopausa.
Alterazione del microbioma intestinale
L’acido gastrico svolge una funzione difensiva fondamentale: elimina gran parte dei batteri ingeriti con il cibo, impedendo loro di colonizzare l’intestino in modo anomalo. Riducendo questa barriera naturale, l’uso prolungato di antiacidi — specialmente degli IPP — favorisce alterazioni del microbioma intestinale. Diversi studi hanno associato l’uso cronico di questi farmaci a un aumentato rischio di infezioni gastrointestinali, in particolare da Clostridioides difficile, batterio responsabile di coliti anche gravi, e da Campylobacter. È stato inoltre osservato un incremento delle infezioni respiratorie, poiché batteri normalmente eliminati dallo stomaco possono risalire verso le vie aeree.
Il rischio di ipergastrinemia e iperplasia delle cellule
Un meccanismo meno noto ma clinicamente rilevante riguarda l’effetto degli IPP sulla produzione di gastrina, ormone che stimola la secrezione acida. Quando l’acidità si abbassa per effetto del farmaco, l’organismo risponde aumentando la produzione di gastrina nel tentativo di compensare. Nel tempo, questa iperstimolazione cronica può portare a iperplasia delle cellule enterocromaffino-simili della mucosa gastrica. Sebbene il rischio di progressione verso forme tumorali nei soggetti sani sia considerato basso, la questione rimane oggetto di studio e monitoraggio da parte delle autorità regolatorie.
Quando fermarsi e cosa fare
La principale indicazione degli esperti è chiara: gli IPP e gli antiacidi in generale non dovrebbero essere usati indefinitamente senza supervisione medica. Se il bruciore di stomaco o il reflusso sono sintomi ricorrenti, la soluzione non è sopprimere indefinitamente l’acido, ma indagarne la causa con il proprio medico. Modifiche allo stile di vita — perdita di peso, riduzione di alcol e caffè, pasti più leggeri, non coricarsi subito dopo mangiato — spesso risolvono o attenuano significativamente il problema. In molti casi, una terapia ben impostata e poi gradualmente ridotta è preferibile all’assunzione cronica e non supervisionata di farmaci che, a lungo andare, il corpo non dovrebbe ricevere in modo continuativo.
Fonti: Agenzia Italiana del Farmaco – AIFA (aifa.gov.it), Agenzia Europea dei Medicinali – EMA (ema.europa.eu), Istituto Superiore di Sanità – ISS (iss.it), The BMJ – British Medical Journal (bmj.com), Fondazione Umberto Veronesi (fondazioneveronesi.it).